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Category : Ultime dalla Giurisprudenza


Il questionario trasmesso al contribuente ai sensi dell’art. 32 d.P.R. 600/1973 deve indicare specificatamente i documenti di cui l’Amministrazione Finanziaria richiede la produzione. Solo in questo caso, può operare la preclusione di cui all’art. 32, c. 4, d.P.R. 600/1973, norma a mente della quale non sono utilizzabili in giudizio i dati e i documenti non forniti in sede di risposta al questionario.


Il Tribunale di Milano, Sez. IV Penale, si è recentemente pronunciato in merito al reato di appropriazione indebita, analizzandone l’elemento oggettivo.

Nello specifico la pronuncia in esame sancisce che non sussiste il delitto in questione nell’ipotesi in cui l’amministratore di una società riceve dalla stessa una somma a titolo di prestito, riconosce il debito, lo espone puntualmente nei bilanci e lo restituisce alla società, nel caso di specie tramite la distribuzione degli utili.


Con la sentenza 4 marzo 2016 n. 4327, la Corte di Cassazione torna ad affrontare il tema del rapporto fra motivi dell’accertamento e diritto di difesa del contribuente.

Secondo quanto statuiscono i giudici di legittimità della V sezione, durante la fase contenziosa attivata dal contribuente con l’impugnazione, l’Amministrazione finanziaria non può mutare le ragioni poste a fondamento dell’atto impositivo. Se ciò avvenisse, il contribuente subirebbe una lesione della garanzia del diritto di difesa.


Il Tribunale di Bologna, con ordinanza del 21 aprile 2015, ha sollevato questione di legittimità costituzionale per violazione dell’art. 117, c. 1, Cost. in relazione all’art. 4 del Protocollo n. 7 CEDU, dell’art. 649 c.p., in relazione al reato di omesso versamento I.V.A. di cui all’art. 10ter d.lgs. 74/2000, nella parte in cui non prevede l’applicabilità del divieto di un secondo giudizio al caso in cui all’imputato sia stato giudicato, con provvedimento irrevocabile, per il medesimo fatto nell’ambito di un procedimento amministrativo con una sanzione alla quale debba riconoscersi natura penale alla luce della CEDU e dei relativi protocolli.


La Ctr di Venezia si è espressa in merito all’applicazione del raddoppio dei termini di accertamento per effetto della denuncia penale, stabilendo che detta norma non trova applicazione nei confronti dei Soci. I giudici di secondo grado hanno infatti ritenuto che la responsabilità penale è personale e, pertanto, dal reato imputabile alla Società ed al suo legale rappresentante non può discendere un obbligo di denuncia penale nei confronti dei soci che comporti il raddoppio dei termini per gli avvisi di accertamento emessi nei confronti di questi ultimi


La Suprema Corte di Cassazione nel pronunciarsi in merito alla lista Falciani – con ordinanza n. 8605 del 28 aprile 2015 – ha ritenuto legittimo l’accertamento scaturito dal rinvenimento di dati del contribuente presso le Banche straniere.  I giudici supremi hanno sostenuto l’utilizzabilità degli elementi indiziari acquisiti dal dipendente infedele di un istituto bancario. Ne deriva, pertanto, che l’onere della prova spetta al contribuente, il quale deve dimostrare l’inattendibilità delle informazioni.


La terza sezione penale della Suprema Corte di Cassazione si è recentemente pronunciata con la sentenza n. 11352 del 18 marzo 2015 in merito alle condizioni di applicabilità dell’attenuante prevista all’art. 13 D.Lgs. 74/2000.

Questa norma permette una riduzione delle sanzioni previste per i reati tributari e l’esclusione delle pene accessorie di cui all’art. 12 del d.Lgs.74/2000, qualora il contribuente abbia adempiuto, prima dell’apertura del dibattimento di primo grado, all’integrale pagamento delle somme dovute.

La Suprema Corte ha chiarito come la semplice ammissione ad un procedimento di rateazione non è sufficiente alla concessione dell’attenuante speciale. E questo, perché il soggetto ammesso alla rateizzazione potrebbe rimanere inadempiente al pagamento delle singole rate. Neppure il parziale versamento delle rate già scadute è idoneo, secondo i giudici di legittimità, a garantire il pagamento delle successive.


La questione riguarda l’estensione delle garanzie procedimentali previste dall’art. 12 dello Statuto del Contribuente – Legge 212/2000 – non solo alle verifiche che si effettuano nei locali dell’impresa, così come esplicitamente previsto dal testo di suddetta norma, ma anche agli accertamenti che avvengono presso la sede dell’Amministrazione Finanziaria e non prevedono alcun accesso ai locali del contribuente: le cosiddette verifiche a “tavolino”.


La Suprema Corte si è pronunciata in merito all’utilizzabilità dei pvc in ambito penale e ha chiarito come, qualora nel corso dei controlli fiscali emergano indizi di reato, sia necessario assicurare al contribuente le garanzie difensive previste dal codice di procedura penale.

La Corte ha precisato che le previsioni di cui all’art. 220 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale devono trovare applicazione durante gli accertamenti ed i processi verbali di constatazione redatti dalla Guardia di finanza o dai funzionari degli uffici finanziari indipendentemente dalla sussistenza del reato tributario e, cioè, dalla prova del superamento delle soglie di punibilità, ma già in presenza di semplici indizi di reato.

Secondo i giudici di legittimità i verbali redatti in violazione delle garanzie processuali previste dal codice di procedura penale non possono assumere alcuna efficacia probatoria e sono pertanto inutilizzabili nel procedimento penale.

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