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2015

L’AMMISSIONE ALLA RATEIZZAZIONE DELL’OBBLIGAZIONE TRIBUTARIA,PRIMA DELL’INSTAURAZIONE DEL DIBATTIMENTO DI PRIMO GRADO, NON è SUFFICIENTE PER LA CONCESSIONE DELL’ATTENUANTE SPECIALE (Cass. Pen. Sez. III Sent. 18-03-2015, n.11352)



La terza sezione penale della Suprema Corte di Cassazione si è recentemente pronunciata con la sentenza n. 11352 del 18 marzo 2015 in merito alle condizioni di applicabilità dell’attenuante prevista all’art. 13 D.Lgs. 74/2000.

Questa norma permette una riduzione delle sanzioni previste per i reati tributari e l’esclusione delle pene accessorie di cui all’art. 12 del d.Lgs.74/2000, qualora il contribuente abbia adempiuto, prima dell’apertura del dibattimento di primo grado, all’integrale pagamento delle somme dovute.

La Suprema Corte ha chiarito come la semplice ammissione ad un procedimento di rateazione non è sufficiente alla concessione dell’attenuante speciale. E questo, perché il soggetto ammesso alla rateizzazione potrebbe rimanere inadempiente al pagamento delle singole rate. Neppure il parziale versamento delle rate già scadute è idoneo, secondo i giudici di legittimità, a garantire il pagamento delle successive.

Quindi, se prima dell’apertura del dibattimento, in caso di rateizzazione del debito tributario, questo non risulti interamente saldato, il giudice non può applicare l’attenuante speciale in ragione della formulazione letterale dell’art. 13 del d.Lgs. 74/2000.

Secondo i Giudici di questa sentenza, la ratio della norma è quella di considerare meritevole della previsione premiale soltanto comportamenti che apportino un effettivo (e integralmente riparatorio – visto che l’art. 13 richiede anche il pagamento delle sanzioni – ndr) beneficio al patrimonio dell’Erario. Per questa ragione il trattamento premiale trova applicazione esclusivamente nei confronti di colui che ha effettivamente estinto l’integrale obbligazione tributaria (e pagato le relative sanzioni).

 

Cass. pen. Sez. III, Sent., (ud. 10-02-2015) 18-03-2015, n. 11352

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. FIALE Aldo – Presidente – Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere – Dott. PEZZELLA Vincenzo – rel. Consigliere – Dott. SCARCELLA Alessio – Consigliere – Dott. MENGONI Enrico – Consigliere – ha pronunciato la seguente: sentenza sul ricorso proposto da: M.R. N. IL (OMISSIS); avverso la sentenza n. 1814/2013 CORTE APPELLO di VENEZIA, del 28/04/2014; visti gli atti, la sentenza e il ricorso; udita in PUBBLICA UDIENZA del 10/02/2015 la relazione fatta dal Consigliere Dott. VINCENZO PEZZELLA; Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Eugenio Selvaggi, che ha concluso per l’inammissibilità del proposto ricorso.

RITENUTO IN FATTO

La Corte di Appello di Venezia, pronunciando nei confronti dell’odierno ricorrente M.R., con sentenza del 28.4.2014, confermava la sentenza del GUP presso il Tribunale di Verona, emessa in data 17.1.2013, con condanna al pagamento delle spese processuali.

Il GUP del Tribunale di Ravenna, all’esito di giudizio abbreviato, aveva dichiarato M.R. colpevole dei seguenti reati previsti:

a) dal D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 2, perchè, in qualità di titolare della omonima ditta individuale, al fine di evadere le imposte sui redditi e sul valore aggiunto, avvalendosi della fattura n, 9568 del 25.12.2005 dell’importo di Euro 248.526,00 + IVA al 4% emessa dalla “D.R.B. s.r.l.” a fronte di operazioni inesistenti, indicava nella dichiarazione relativa alle imposte sui redditi e IVA dell’anno 2005 elementi passivi fittizi di pari importo. In (OMISSIS).

b) dal D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 3, perchè, in qualità di titolare della omonima ditta individuale, al fine di evadere le imposte sui redditi e sul valore aggiunto, sulla base di una falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie ed avvalendosi di mezzi fraudolenti idonei ad ostacolarne l’accertamento, in particolare annotando nel partitario intestato al fornitore “D.R.B. s.r.l.” un debito complessivo con tale ditta pari a Euro 449.562,50 per costi in realtà mai sostenuti, nonchè annotando nel partitario intestato al fornitore “Agropiave s.r.l.” un debito complessivo con tale ditta pari a Euro 164.736,00 relativo alla fattura n. 2146 del 31.12.2008 che in realtà non è stata mai emessa, indicava nella dichiarazione annuale relativa all’anno di imposta 2008 elementi passivi fittizi pari a Euro 599.322,50 complessivi, essendo le imposte evase superiori a Euro 77.468,53 ed essendo l’ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti ad imposizione superiore al 5% dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione. In (OMISSIS).

L’imputato veniva condannato, unificati i reati ex art. 81 c.p., e concessegli le circostanze attenuanti generiche, considerato più grave il reato di cui al capo b), con la diminuente del rito, alla pena di mesi 10 di reclusione oltre al pagamento delle spese processuali, con applicazione delle pene accessorie, pubblicazione della sentenza e revoca del sequestro preventivo avente ad oggetto l’immobile sito in Comune di (OMISSIS) identificato al NCU al fg. 30 particella 469 di proprietà di M.R. e immediata restituzione del bene all’imputato.

2. Avverso tale provvedimento ha proposto ricorso per Cassazione, a mezzo del proprio difensore di fiducia, M.R., deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1:

a. art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), per violazione D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 13, – travisamento della norma e art. 163 c.p. – manifesta illogicità.

Il ricorrente deduce che i giudici di merito avrebbero negato l’applicabilità dell’attenuante specifica prevista dal D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 13, ritenendo insufficienti un piano di ammortamento concordato con l’Agenzia delle Entrate ed il puntuale pagamento delle rate dello stesso, in quanto per l’applicazione dell’attenuante sarebbe richiesta l’estinzione dei debiti tributari.

Ritiene il ricorrente che l’intenzione del legislatore nella previsione normativa “anche a seguito delle speciali procedure conciliative o di adesione all’accertamento previste dalle norme tributarie” comprenderebbe nel concetto di estinzione lo stesso piano di ammortamento concordato con l’Agenzia delle Entrate e non, invece, come interpretato arbitrariamente dai giudici di merito, intendendo che tali procedure dovessero essere esauriti o estinti prima dell’apertura del dibattimento di primo grado.

La norma, invece, farebbe riferimento, ad avviso del ricorrente, alle speciali procedure conciliative e ai piani di ammortamento.

b. Mancata concessione della sospensione condizionale della pena.

La Corte di appello, e prima ancora il gup ravennate, avrebbero ritenuto di non concedere il beneficio della sospensione condizionale della pena sull’esclusiva base del casellario giudiziale, perchè il M. aveva già usufruito del beneficio “per ben tre volte”, senza tenere minimamente conto del comportamento processuale dell’imputato, della scelta del rito e del suo comportamento extra- processuale, ovvero dell’aver aderito ad un concordato ed averlo puntualmente rispettato.

Il M., inoltre avrebbe riconosciuto le proprie responsabilità, rinunciando a proporre ricorso alla commissione tributaria provinciale.

Chiede, pertanto, l’annullamento e/o la riforma della sentenza impugnata con ogni conseguente provvedimento ed effetto di legge.

CONSIDERATO IN DIRITTO.
Il ricorso è manifestamente infondato e, pertanto, va dichiarato inammissibile.2. Il D.Lgs. n. 74 del 2000, introducendo all’art. 13, la circostanza attenuante speciale del pagamento del debito tributario, prevede che le pene previste per i delitti di cui allo stesso decreto siano diminuite fino alla metà e che non si applichino le pene accessorie indicate nell’art. 12, se, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, i debiti tributari relativi ai fatti costitutivi dei delitti medesimi sono stati estinti mediante pagamento, anche a seguito delle speciali procedure conciliative o di adesione all’accertamento previste dalle norme tributarie.

Ciò posto, è il dettato stesso della norma, laddove si richiede appunto la estinzione del debito, a far ritenere che presupposto necessario del trattamento sanzionatorio più favorevole sia l’integrale pagamento di quanto dovuto all’Erario, non essendo dunque sufficiente la mera ammissione al provvedimento di rateazione intervenuta prima della dichiarazione di apertura del dibattimento.

Del resto – com’è stato ripetutamente sottolineato da questa Corte di legittimità (cfr. ex plurimis sent. 37748/2014) anche sotto il profilo della ratio della norma, la condotta meritevole del trattamento premiale è solo quella effettivamente idonea ad apportare un beneficio in termini patrimoniali all’Erario, non apparendo significativo sotto tale profilo il mero provvedimento di ammissione alla rateazione posto che l’interessato, una volta ammesso alla rateazione, ben potrebbe restare inadempiente rispetto al pagamento della singole rate.

La giurisprudenza di questa Corte di legittimità sul punto, che il Collegio condivide e che intende ribadire, è assolutamente granitica nel ritenere che anche in caso di procedure conciliative o di adesione, presupposto della applicabilità della circostanza attenuante è l’intervenuta integrale estinzione del debito d’imposta (cfr. sez. 3, n. 30580 del 13.5.2004, Pisciotta, rv. 229355; conf.

sez. 3, n. 176 del 5.7.2012 dep. 7.1.2013, Zorzi rv. 254146; conf.

sez. 3 n. 37748 del 16.7.2014, rv. 260189; sez. 3, n. 5681 del 27.11.2013, Crocco, rv. 258691).

L’attenuante in questione, non è applicabile, in altri termini, in caso di rateizzazione del debito di imposta già iscritto a ruolo e indicato nella cartella di pagamento, atteso che il riconoscimento del beneficio è subordinato all’integrale ed effettiva estinzione dell’obbligazione tributaria. E l’avvenuto puntuale pagamento delle eventuali rate già scadute non garantisce certamente il pagamento delle successive rate a scadere.

3. Assolutamente infondato è anche il secondo motivo di ricorso atteso che la Corte territoriale ha evidenziato in sentenza come il M. abbia già fruito per ben tre volte della sospensione condizionale della pena – circostanza che il ricorrente non contesta – e che pertanto non vi era possibilità alcuna per il Giudicane tedi concedere nuovamente un beneficio che, evidentemente, era già stato concesso una volta contra legem.

4. Essendo il ricorso inammissibile e, a norma dell’art. 616 c.p.p., non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost. sent. n. 186 del 13.6.2000), alla condanna della parte ricorrente al pagamento delle spese del procedimento consegue quella al pagamento della sanzione pecuniaria nella misura indicata in dispositivo.

PQM
P.Q.M.Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1000,00 in favore della Cassa delle Ammende.Così deciso in Roma, il 10 febbraio 2015.Depositato in Cancelleria il 18 marzo 2015