Jul
31

2020

la Cassazione puntualizza i limiti degli accertamenti presuntivi ai ristoranti



(caso trattato dallo Studio Stufano Gigantino e Associati)

Nel determinare i redditi di un ristorante mediante accertamento analitico-induttivo, disciplinato dall’art. 39, c. 1, l. d), d.P.R. 600/1973, l’Amministrazione Finanziaria deve considerare un dato normale, ossia la circostanza che parte degli alimenti acquistati per il confezionamento dei pasti siano destinati ad altri usi, come, a titolo esemplificativo, l’autoconsumo da parte dei dipendenti.

Inoltre, i redditi devono essere quantificati in relazione al listino prezzi dell’anno dell’accertamento, desumibile dal menù ovvero dai dati dettagliati indicati negli studi di settore, non potendo l’Amministrazione utilizzare prezzi di annualità successive, idonei a falsare gli esiti del controllo.

Questi sono i principi enucleati dall’ordinanza n. 16157/2020 della Corte di Cassazione, pronunciatasi in merito alla legittimità dell’accertamento analitico-induttivo dei redditi di un ristorante ricostruiti in base al consumo medio delle materie prime impiegate per ciascuna portata, così come desunte dalle fatture di acquisto.

Nel corso del giudizio tributario, è emerso come l’Agenzia delle Entrate abbia determinato i piatti complessivamente serviti nel corso dell’annualità in esame senza tenere conto né di una percentuale di materie prime scartate nel corso della lavorazione né dei pasti gratuiti consumati dai camerieri e dai titolari.

La Corte di Cassazione, prendendo le mosse da un principio già consolidato negli accertamenti analitico-induttivi fondati sul consumo annuale di tovaglioli (c.d. tovagliometro) riguardanti sempre ristoranti, ha puntualizzato come, in materia, sia imprescindibile considerare una percentuale di materie prime acquistate che, per diverse circostanze legate al normale esercizio dell’attività di ristorazione, non siano utilizzate nella preparazione delle portate servite ai clienti.

I giudici di legittimità hanno inoltre accolto un’altra doglianza del contribuente. Il ristoratore, infatti, aveva rilevato come gli esiti dell’accertamento fossero falsati dalla circostanza che i ricavi erano stati determinati in base al listino prezzi di un’annualità successiva rispetto a quella oggetto di controllo, dimostrando come in quell’anno i prezzi fossero superiori rispetto a quelli a cui erano state vendute le portate oggetto di controllo.

Nel condividere questo motivo di ricorso, la Corte di Cassazione ha affermato come, nell’ipotesi in cui il contribuente contesti la determinazione della percentuale di ricarico determinata dall’Amministrazione Finanziaria, documentando l’erroneità del metodo prescelto e/o la significatività del campione, spetti al giudice di merito verificare la correttezza delle scelte dell’Agenzia delle Entrate, tenendo conto delle circostanze concrete addotte dalle parti.

Si tratta di un ulteriore tassello che va a puntellare il principio via via formatosi nella giurisprudenza di legittimità negli ultimi anni in materia di accertamento analitico-induttivo, e volto ad assicurare che il reddito determinato con tale metodologia rispecchi la realtà economica del contribuente e non si basi su un metodo di calcolo e su un campione di merce astratto o comunque avulso dall’attività produttiva oggetto di controllo.

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