Ho deciso di pubblicare tutti gli atti (inclusa la sentenza impugnata e quella del secondo grado) del processo di appello terminato con la sentenza 2910 del 26 luglio 2021 della Commissione tributaria regionale per la Lombardia (peraltro nell’occasione rappresentata da un autorevolissimo collegio).
Lo faccio per testimoniare come sia diventato estremamente utile e proficuo poter gestire i casi tributari che siano anche penalmente rilevanti, tanto nel processo penale quanto in quello tributario.
E gli atti di questo processo lo dimostrano, laddove la visione strategica unitaria ha pagato, mi ha consentito di raccogliere prove decisive (soprattutto testimoniali, ma non solo) a favore della mia assistita durante l’istruttoria del dibattimento penale; prove che poi ho utilizzato nel processo tributario di appello che ha ribaltato totalmente l’esito del primo grado.
In pratica, questa impostazione ha sortito l’effetto di invertire le forze in campo: mentre il primo grado del processo tributario (che strutturalmente non ha una fase istruttoria) è stato dominato dai soli elementi acquisiti dalla polizia tributaria e giudiziaria nella fase delle indagini, nel grado di appello si è imposta la strategia di travasare in questo processo ogni elemento utile emerso nel dibattimento penale.
Così la scena si è completamente capovolta con almeno tre vantaggi per la difesa:
1) La “novità” delle prove acquisite successivamente, che ha reso superati gli elementi raccolti inizialmente dalla polizia tributaria e giudiziaria.
2) L’autorevolezza e l’imparzialità del contesto in cui le prove si sono formate, e cioè il dibattimento penale.
3) L’incapacità della controparte (l’Agenzia delle entrate) di replicare con cognizione e quindi efficacemente, e questo per il fatto stesso di non essere parte del processo penale in cui le nuove prove si sono formate.
D’altra parte, l’intreccio tra tributario e penale è tale per cui la maggior parte degli illeciti tributari ha anche rilevanza penale.
Non solo, ma in materia fiscale ci si trova sempre più spesso – praticamente quasi di default – a fare i conti con sequestri penali preventivi (e con gli annessi e connessi reputazionali presso banche, fornitori, clienti, ecc.); e ora anche con lo spettro della confisca allargata, che consente l’ablazione di patrimoni semplicemente perché giudicati sproporzionati rispetto alla posizione fiscale dell’indagato, una misura inizialmente prevista solo per i reati di mafia.

Sebastiano Stufano