In base all’articolo 395, n. 4 c.p.c. l’errore di fatto costituisce una causa di revocazione di una sentenza.

La fattispecie consiste nell’errata od omessa percezione del contenuto materiale degli atti del giudizio che, secondo la Suprema Corte, deve consistere in un errore di semplice ed immediata rilevabilità. Questo deve essere desumibile direttamente dal testo della sentenza senza necessità di argomentazioni induttive o indagini ermeneutiche.  (Cass. n. 844/2009).

Facendo applicazione dei criteri delineati dalla Suprema Corte, la Ctr di Milano ha ritenuto che, nel caso in questione, il valore delle rimanenze, ritenuto dall’Agenzia errore di fatto, non fosse immediatamente percepibile e quindi non fosse idoneo a fondare la domanda di revocazione per errore di fatto.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA COMMISSIONE TRIBUTARIA REGIONALE
DI MILANO

SEZIONE

N° 19

riunita con l’intervento dei Signori:

PIGLIONICA VITO Presidente

MAFFEY MARIA TERESA Relatore

BORSANI LUISA CARLA Giudice

ha emesso la seguente

SENTENZA

– dell’appello per revoca iscritto nel R.G.A. con n. 6312/12 depositato il 10/12/2012
– avverso la sentenza n. 119/27/11
proposto dall’ufficio: AG.ENTRATE DIREZIONE PROVINCIALE BERGAMO

Atti impugnati:
AVVISO DI ACCERTAMENTO IRES-ALTRO 2003

Con ricorso in data 10.12.2012, l’Agenzia delle Entrate, Direzione Provinciale di Bergamo, Ufficio Legale, ha chiesto la revocazione della sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia Milano, sez. 271\ n. 119/27/11 del 15.07.2011, pubblicata in data 3.10.2011, che aveva respinto l’appello proposto dalla stessa Agenzia avverso la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Bergamo, sez. 71\ n. 210/2007 dell’8.06.2007, pubblicata in data 26.11.2008, che aveva accolto parzialmente il ricorso della contribuente S.r.l., in persona del legale rappresentante protempore, avverso avviso di accertamento per IVA – IRPEG – IRAP 2003.

L’Agenzia delle Entrate chiede la revocazione della sentenza per errore di fatto, consistito nell’avere la Commissione Tributaria Regionale di Milano erroneamente ritenuto come rimanenze iniziali al 1.01.2003, non l’importo di euro 524.300,00, ma quello risultante dalla dichiarazione integrativa, corrispondente ad euro 286.169,00. Al proposito l’Agenzia sostiene di avere prodotto in giudizio il Quadro RS della dichiarazione presentata dalla contribuente per il 2003 e anche il Quadro RS della dichiarazione integrativa presentata per lo stesso anno. Dall’esame delle dichiarazioni risulterebbe che, in entrambe, la Società ha indicato il valore delle rimanenze iniziali in euro 524.300,00, mentre la Società avrebbe modificato solo lo studio di settore presentato insieme alla dichiarazione integrativa, nel quale il valore delle rimanenze è indicato in euro 286.169,00.
Il contribuente non si è costituito in questo grado di giudizio.

All’udienza del 7 aprile, la causa è stata affidata alla decisione del Collegio.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Nella fattispecie non si ravvisa alcun errore revocatorio, per cui il gravame deve essere respinto.
Secondo l’art. 395, n. 4, c.p.c. una sentenza può essere revocata solo quando sia “effetto” del preteso “errore di fatto”, ovverosia unicamente nell’ipotesi in cui il “fatto che si assume erroneo -pur ad intendere per “fatto” l’affermazione dell’esistenza, ovvero dell’inesistenza, della norma che il giudice ha, o non ha, applicato- costituisca il fondamento della decisione revocanda e rappresenti, quindi, l’imprescindibile (oltre che esclusiva) premessa logica di tale decisione, sì che tra il fatto erroneamente percepito o non percepito e la statuizione adottata intercorra un nesso di necessità logica e giuridica, tale da determinare, in ipotesi di percezione corretta, una decisione diversa (in tal senso, Cassazione civile, sez. un., 23 gennaio 2009, n. 1666, cfr.: Cass. 5 ottobre 2007 n.20917; Cass. 18 maggio 2006 n. 11657).

L’errore di fatto che può dare luogo a revocazione della sentenza, ai sensi dell’art. 395 n. 4, c.p.c., soggiace -secondo la giurisprudenza (Cassazione civile sez. I, n. 4295/1.03.2005, Cass. Civ. sez. trib. n. 24204/17.11.2011 )- a ben precisi limiti, poiché consiste nell’erronea percezione dei fatti di causa che si sostanziano nella supposizione dell’esistenza di un fatto la cui verità risulta incontestabilmente esclusa dagli atti, o nell’esistenza di un fatto la cui verità è inconfutabilmente accertata, sempre che il fatto oggetto dell’asserito errore non abbia costituito materia del dibattito processuale su cui la pronunzia contestata abbia statuito.
L’errore di fatto risultante dagli atti o documenti della causa costituisce categoria nella quale rientra anche l’ipotesi di omesso esame di un motivo di ricorso, ma a condizione che si sia trattato di un effettivo errore di fatto e di un fatto processuale, che cioè risulti evidente dalla decisione che il giudice non ne ha neppure percepito la deduzione (Consiglio di Stato sez. III, n. 932/15.02.2013).
Sull’errore di fatto idoneo a fondare la domanda di revocazione si è pronunciata anche l’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato (sentenza n. 1/10.01.2013), che ne ha individuato le seguenti caratteristiche: a) deve derivare da una pura e semplice errata od omessa percezione del contenuto meramente materiale degli atti del giudizio, la quale abbia indotto l’organo giudicante a decidere sulla base di un falso presupposto di fatto, facendo cioè ritenere un fatto documentalmente escluso ovvero inesistente, alla stregua di un fatto documentalmente provato; b) deve attenere ad un punto non controverso e sul quale la decisione non abbia espressamente motivato; c) deve essere stato un elemento decisivo della decisione da revocare, necessitando perciò un rapporto di causalità tra l’erronea presupposizione e la pronuncia stessa; l’errore deve altresì apparire con immediatezza ed essere di semplice rilevabilità, senza necessità di argomentazioni induttive o indagini ermeneutiche (in tal senso, già Cass. 5 luglio 2004 n 12283, Cassazione civile sez. lav., 15 gennaio 2009, n. 844).

Le suindicate caratteristiche non si riscontrano nel preteso errore di fatto denunciato dall’Agenzia, la quale assume che l’errore si desumerebbe da tutti i documenti prodotti dal contribuente in primo grado e da quanto allegato all’atto di appello dell’Agenzia stessa avverso la sentenza della C.T.P..
Quanto ai documenti prodotti dal contribuente in primo grado, sarebbe in particolare rilevante -a detta dell’Agenzia- il documento contrassegnato con il numero5) “modello unico integrativo 2004, periodo d’imposta 2003, completo di studio di settore”, nel quale al rigo R58 è indicato, come rimanenze di prodotti finiti e merci, il saldo iniziale di euro 554.100,00 e il saldo finale di euro 285.400,00
Da tale dato tuttavia non è immediatamente percepibile, senza argomentazioni induttive o indagini ermeneutiche, in cosa consisterebbe l’errata od omessa percezione del contenuto materiale degli atti del giudizio, che avrebbe indotto l’organo giudicante a decidere sulla base di un falso presupposto di fatto.
Quanto ai documenti contrassegnati con i numeri 1 e 2 prodotti dall’Agenzia in grado di appello, che sono, il Quadro RS per il periodo d’imposta 2003 e il Quadro RS per il periodo d’imposta 2003 relativo alla dichiarazione integrativa, l’unica differenza riguarda le Perdite d’impresa non compensate (RS 45 e 46), che nulla hanno a che fare con i valori delle rimanenze finali, sui quali l’Agenzia assume esistente l’errore revocatorio.

Del resto l’Agenzia, che pure aveva impostato l’appello sull’errore di fatto, e ha poi sostenuto nel ricorso per revocazione che i giudici d’appello avrebbero commesso l’identico errore dei giudici di primo grado, non ha neppure chiesto la pubblica udienza per illustrare a questa Commissione le sue ragioni, che non emergono in modo puntuale né dagli scritti difensivi, né dai documenti prodotti da entrambe le parti.
Dal contenuto del ricorso per revocazione è desumibile un omesso esame da parte dei giudici di merito di specifici elementi, ciò costituendo piuttosto un difetto della motivazione su un punto decisivo della controversia, denunciabile in cassazione a norma dell’art. 360 n. 5 c.p.c., e non un’ipotesi di revocazione della sentenza, ai sensi dell’art. 395 n. 4 c.p.c..

Non emergendo dalle risultanze processuali alcun errore di fatto revocatorio della decisione della C.T.R., il ricorso deve essere respinto e la decisione impugnata deve essere confermata.
Sussistono tuttavia giusti motivi, stante la complessità della questione trattata, per compensare tra le parti le spese del grado.
P.Q.M.

La Commissione Tributaria Regionale, sez. 19/

Respinge il ricorso per revocazione e, per l’effetto, conferma la sentenza impugnata. Compensa le spese.
Così deciso in Milano, nella Camera di Consiglio del 7 aprile 2014